L’Antropocrazia e il lavoro

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Spesso sentiamo dire che le macchine svolgono il lavoro al posto dell’uomo. Se svolgessimo a ritroso il nastro del tempo ci verrebbe più facile dire che prima dell’introduzione delle macchine, cioè prima di diventare una società tecnologica, il lavoro era svolto dall’uomo. Tra il primo e il secondo concetto c’è un salto evolutivo.

Sappiamo che il lavoro può essere svolto sia dalle macchine sia dall’uomo, dobbiamo solo decidere se continuare a cercare un’occupazione per ogni uomo sulla terra oppure lasciare che le macchine lavorino al nostro posto. Se decidiamo per la piena occupazione, dobbiamo azzerare gran parte delle tecnologie e lasciare che l’uomo svolga ogni attività pur avendo il modo di evitare impegni fisici e mentali, se scegliamo che le macchine lavorino al posto dell’uomo, dobbiamo istituire il reddito di cittadinanza universale come diritto all’eredità dell’ingegno umano.

Prima di lavorare come operaio o impiegato l’uomo coltivava la terra o faceva altri lavori di fatica, stringendo bulloni o vangando a quarant’anni era vecchio e consumato. L’industrializzazione ha consentito l’eliminazione della fatica fisica quasi totalmente e l’introduzione delle macchine nei cicli produttivi ha determinato la sempre minor richiesta di manodopera. Le macchine e l’informatica sono state messe al posto degli operai e degli impiegati. O meglio possiamo dire che hanno liberato tanti lavoratori da impieghi meccanici e ripetitivi.

Guardare a ritroso ci offre l’occasione di valutare le cose da un altro punto di vista, in questo esercizio (provare per credere) ogni coinvolgimento personale è in secondo piano, e le cose emergono nette e precise nella loro realtà, mostrandosi per quel che sono. Diventiamo come osservatori che guardano le vicende storiche di un quadro appeso in un museo.

Analizziamo il problema del lavoro a ritroso partendo dall’attuale momento. Prima di tutto ci appare la mancanza di lavoro generalizzata cui nessuno è capace di rimediare, poi indietro nel tempo vediamo le fabbriche piene zeppe di operai. Quando cominciamo a intravedere la stenografa o il piccolo imprenditore con due segretarie e un ragioniere con il suo libro mastro, ci appare evidente quanta tecnologia abbiamo introdotto nel mondo del lavoro, e come le macchine e l’informatica hanno soppiantato gli impieghi che svolgevano milioni di persone nel ciclo produttivo e nei servizi. Più di tutto constatiamo come siano superate le scuole di pensiero che fondavano le loro strategie per un’epoca non ancora industrializzata.

Quando oggi gli economisti esprimono i concetti con i pensieri dei loro colleghi trapassati non considerano gli strumenti tecnologici che abbiamo noi oggi e che prima non c’erano. Le generazioni di questo tempo hanno cavalcato le tecnologie alla velocità della luce, un progresso che ci ha trovato impreparati e incapaci di rispondere alle nuove esigenze, ai vuoti che l’industrializzazione ha portato con sé. In duemila anni di storia non si era mai verificato un processo tecnologico così veloce, per questo sono stati commessi degli errori che la realtà ci obbliga a riparare.

Con la fiscalità monetaria è possibile incamerare il denaro per la spesa pubblica e istituire il reddito di cittadinanza universale. Oggi siamo fuori dalla storia perché viviamo con i pensieri del passato, se invece prendiamo atto della realtà, possiamo conseguire un passo evolutivo e diventare cittadini liberi nel nostro tempo.

Giusy Romano

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2 risposte a L’Antropocrazia e il lavoro

  1. Davide ha detto:

    Brava Giusi continua così, una lettera al mese. Siamo nel giusto, ricordiamolo ripetutamente.

  2. Giusy Romano ha detto:

    Ciao Davide. Per i confusi le soluzioni semplici non sono facilmente persuasive. In generale, quando non si conoscono le cose si tende ad affidarsi alle sensazioni, allora slogan, retorica e propaganda celebrano le nozze. Dobbiamo anche ammettere che le dinamiche dell’economia e della finanza sono sconosciute ai mass media e ai politici. A un certo momento il cambiamento si imporrà da sé, speriamo solo di non trovarci in situazioni rivendicative. Grazie per il commento.
    Giusy

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